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26 giugno 2026

L’utile inutilità della filosofia: perché riscoprire l’arte del farsi domande

L’utile inutilità della filosofia: perché riscoprire l’arte del farsi domande

di Martina Vecoli

La filosofia è probabilmente una delle materie più detestate dagli studenti durante il percorso liceale. Spesso ci ritroviamo a riflettere sul perché sia necessario studiare questi pensatori eclettici e le loro teorie, spesso assurde e bislacche. Da laureata in filosofia, posso assicurare che ciò che si studia al liceo è spesso un frullato confusionario di idee e concetti, spesso spiegati con un linguaggio incomprensibile. Ma perché allora mantenere la filosofia come materia? Qual è la sua utilità?

Il perché dello studiare filosofia ci riporta al problema originario dell’uomo, ovvero su quale sia il suo fine ultimo nel mondo. Perché, difatti, la filosofia non è lo studio passivo di pensieri di altri: quei pensieri servono, in ultima analisi, a sollevare delle domande – che rimangono il più delle volte senza risposta.

È per questo che in un’epoca di eccessiva settorializzazione e specializzazione, in cui, specialmente in Italia, il tempo libero è un lusso che pochi possono permettersi, è importante prendersi un momento per fermarsi e riflettere, ponendosi domande che vanno ben oltre il semplice “che cosa posso cucinare stasera a cena?”. La filosofia ci aiuta a riscoprire la bellezza del tempo libero dedicato a pensare, a coltivare la nostra natura, e, sostanzialmente, al dolce far niente.

Per quanto improduttiva (e quindi, inutile), in realtà la filosofia è un’arma imprescindibile per navigare il periglioso mare del mondo contemporaneo: tra propaganda, fake-news, informazioni falsate, la filosofia ci aiuta a non prendere per vero, di primo acchito, tutto ciò che ci viene presentato. Ed in questo sta la sua forza.

Instagram: la vetrina per standard falsati 

Il pensiero capitalistico di cui è imbevuta la nostra società ci ha insegnato a essere produttivi, a non sprecare mai un secondo: negli ultimi anni poi, con l’avvento dei social, si è assistito a una proliferazione di contenuti motivazionali in cui la parola chiave è sempre una – produttività. To-do list, organize, planning, timetable… Tutte queste parole compaiono nel nostro feed di Instagram, accompagnati da day-in-a-life e narrazioni imbellettate di standard di vita irraggiungibili. Ragazze che si alzano dal letto con i capelli già acconciati alle 4:00 (è forse un superpotere che si sblocca una volta aver completato un certo numero di cose da fare?), mostrano la loro “economica” skincare routine, si preparano la colazione più salutare e bilanciata che possa esistere, e poi si vestono per andare al lavoro o all’università. Il tutto accompagnato, ovviamente, da una lista di app che servono a organizzare le task, programmare la propria giornata, raggiungere gli obiettivi. Insomma, la stanchezza non è una parola che fa parte del vocabolario di questi individui. Cosa ci trasmettono, tuttavia, questi video? “Se vuoi farlo, puoi farlo”: ergo, se non sei ancora riuscito, è perché non ti sei impegnato abbastanza. Oltre a essere una narrazione completamente falsa (in quanto il successo va ben al di là del semplice impegno, e dipende spesso da fattori fuori dal controllo individuale), è oltremodo nociva, perché ci espone a un continuo confronto con gli altri – che è psicologicamente dannoso sul lungo periodo.

La schermata di un profilo Instagram dedicato alla produttivita'
@planforproductivity su Instagram 

È quindi importante, nel contesto culturale in cui viviamo, ritrovare il tempo da dedicare al non fare nulla. Questo “non fare nulla” non deve essere inteso come tempo libero simpliciter, ma come tempo dedicato a svolgere delle attività che non hanno altro fine se non loro stesse: fare una passeggiata perché si ha voglia di farlo, non per mantenere il deficit calorico giornaliero; leggere un libro perché ci interessa, non per scrivere una recensione da pubblicare su un blog; suonare uno strumento perché ci piace, non per preparare un’esibizione.

Cosa c’entra in tutto questo la filosofia? Ecco, la filosofia è la massima espressione dell’improduttività, in quanto il pensiero non genera niente di concreto e di vendibile sul mercato. Allo stesso tempo, la filosofia porta con sé lo sviluppo di capacità forse molto più preziose, prima fra tutte la libertà di pensiero. È quindi giunto il momento di rivalutare il tempo libero, quello che i greci chiamavano scholè.  

Rivalutare il tempo libero: che cos’è la scholè 

Forse in molti sanno che il termine “scuola” deriva dal greco scholè, che indica non un’istituzione (anche perché, in Grecia, non esistevano le scuole come le intendiamo adesso noi, ma l’insegnamento era impartito da maestri privati), ma il tempo libero che tutti coloro che potevano permettersi di non lavorare (ergo, i più abbienti) dedicavano allo studio. Nell’Antica Roma, questo concetto venne ripreso e tradotto con il termine otium, da cui deriva il nostro “ozio”. Tutte parole, queste, che nel linguaggio contemporaneo suggeriscono un tempo dedicato all’improduttività e vengono perciò connotate negativamente. In realtà, nel loro significato originario andavano a identificare un bene che pochi potevano avere, ovvero il tempo per pensare, studiare, leggere: insomma, il tempo da poter dedicare alle attività intellettuali e a cui oggi ci siamo fortemente disabituati. Di solito, erano i nobili coloro che potevano permettersi di dedicare il proprio tempo all’esercizio mentale, e questo perché erano sollevati da due compiti: lavorare e prendersi cura della casa. Ecco che emerge un elemento fondamentale per poter pensare: avere tempo libero, essere liberi dal lavoro e dalle mansioni domestiche. È chiaro perché solo i più abbienti potessero svolgere questa attività: non avevano bisogno di lavorare, visto che le rendite provenivano dai grandi possedimenti di terra ereditati, e la cura della casa era compito degli schiavi. 

Pensare stanca: è un’attività faticosa da portare avanti, perché richiede sforzo costante e voglia di mettere sempre in gioco quello che si è elaborato. Significa saper stare nella complessità. È molto più semplice accettare passivamente le opinioni altrui e, soprattutto, non mettere in discussione le conoscenze che noi diamo per vere. Perché, infatti, mettere in dubbio quello che noi crediamo per vero ci destabilizza: essere consapevoli che non esistono verità universali ci lascia in balìa della corrente esistenziale, senza un punto di riferimento a cui poterci aggrappare. In un primo momento, ci fa apparire la vita come priva di significato: se niente è e potrà mai essere vero, allora qual è il senso della vita?

Filosofare vuol dire essere felici 

La messa in dubbio delle credenze e delle opinioni è il punto di partenza della filosofia, il cui obiettivo non è mai quello di fornire risposte definitive, ma di sollevare domande. Questo, tuttavia, non deve farci cadere nel nichilismo, ovvero nella credenza che l’esistenza sia priva di senso. Al contrario: realizzare che l’uomo non sa è il primo passo per raggiungere la felicità. Questo è forse un concetto che risuona in tutti coloro che hanno studiato filosofia al liceo, perché si tratta del famoso “sapere di non sapere” elaborato da Socrate: il filosofo si trova in una “terra di mezzo” tra il non sapere, che contraddistingue tutti gli uomini che credono di sapere e che non sanno, e il sapere, che è invece prerogativa esclusiva degli dèi. Il filosofo invece, come suggerisce il termine, è “amante della sapienza” (philosophos, da philos, “amico, amante” e sophía, “sapienza”); e per amare qualcosa, è necessario avere la consapevolezza di essere manchevoli di quella cosa. Non a caso, spesso quando ci innamoriamo di una persona è perché intravediamo delle qualità che ci mancano e che, con ogni probabilità, non riusciremo mai a ottenere; oppure perché sentiamo che è una “parte che mi completa”, ribadendo di nuovo il concetto di mancanza. 

La Scuola di Atene di Raffaello
Scuola di Atene di Raffaello, 1509-1511 circa, Musei Vaticani

Ma torniamo alla filosofia: in che modo il sapere di non sapere, che è il punto di lancio della ricerca filosofica, rappresenta anche il primo passo per essere felici? Questo perché, secondo i due primi grandi filosofi del mondo occidentale, Platone e Aristotele, l’uomo realizza la sua vera natura solo nell’esercizio mentale, in quanto la ragione è ciò che lo distingue rispetto agli altri esseri viventi. L’uomo condivide, infatti, diversi aspetti sia con le piante che con gli animali, come ad esempio la capacità nutritiva e la percezione, ma la facoltà razionale è esclusivamente appannaggio dell’uomo. Questo significa, nella filosofia aristotelica, che la realizzazione piena di quest’ultima equivale alla felicità: l’uomo sarà quindi sommamente felice quando riuscirà a svolgere l’attività che solo lui può svolgere, ovvero il pensare. Per evitare di cadere nuovamente nell’astrattezza priva di concretezza che associamo solitamente alla filosofia, proviamo a fare un esempio. Pensiamo a un cavallo: per la sua struttura fisica e per la sua indole, possiamo affermare che sia un animale fatto per correre (al contrario di un asino, ad esempio). Se quindi immaginiamo la vita più felice che un cavallo possa condurre, lo immagineremo correre in un campo, libero da selle e redini, fino a quando non abbia voglia di riposarsi; difficilmente attribuiremmo la felicità a un cavallo costretto in una stalla per tutta la vita e utilizzato per arare un campo. Ora, allo stesso modo l’uomo sembra essere fatto per pensare, in quanto unico animale dotato di ragione: è quindi lecito affermare che sarà felice quando potrà realizzare appieno la propria natura, ovvero quando potrà condurre una vita pienamente dedicata al pensare. 

La filosofia come strumento 

 Se pensare alla filosofia come modo per raggiungere la felicità e realizzarsi come individui non fosse un’argomentazione abbastanza convincente, proviamo adesso a vederla come uno strumento essenziale per vivere bene e per tenersi ben stretti una delle libertà che si vanno sempre più a perdere: la libertà di pensiero. I social media di cui abbiamo parlato all’inizio sono solo uno dei tanti modi in cui si promuove una visione unica, a cui è necessario partecipare per essere socialmente accettati: basti pensare ai trend di moda e a quanto possedere un capo d’abbigliamento specifico sia significativo per potersi riconoscere (e farsi riconoscere) in un gruppo sociale, soprattutto tra gli adolescenti. Mettiamo a fianco degli standard proposti sui social anche quelle strategie di comunicazione più propriamente politiche, come la propaganda e la retorica: l’utilizzo di un aggettivo o di un nome, soprattutto nelle sedi istituzionali, non è mai lasciato al caso e serve a veicolare un messaggio nascosto oltre a quello esplicito pronunciato. Tutte le parole hanno un peso politico: per fare un esempio concreto, se un giornalista definisce l’intervento armato di un paese contro un altro come “guerra” sta prendendo una posizione politica diversa da quello che invece la definisce “invasione”. La filosofia, volendo capire la realtà nella sua complessità, è in grado di notare queste piccole sfumature di significato, e cerca di andare oltre: c’è una ragione per la quale si è preferito utilizzare una parola piuttosto che un’altra? Su cosa si vuole puntare l’attenzione utilizzandola? E soprattutto, cosa rimane di non detto, di implicito, nel discorso? Ci sono dettagli accennati e non approfonditi, oppure del tutto omessi?

La statua di Galileo Galilei dentro una nicchia
Statua a Galileo Galilei di Aristodemo Costoli, 1851, loggiato degli Uffizi, Firenze. Foto di Juan Martin Lopez su Unsplash.

Casella di testo: Statua a Galileo Galilei di Aristodemo Costoli, 1851, loggiato degli Uffizi, Firenze. Foto di Juan Martin Lopez su Unsplash.Per fare questo, la filosofia deve avere una caratteristica fondamentale: non avere schemi di pensiero rigidi. E, infatti, è sempre pronta a cambiare punto di vista, a rivedere i propri presupposti e, soprattutto, a mettere in dubbio verità universali. Il filosofo è anche colui che mette in dubbio il sistema di valori che caratterizza la nostra società, cercando di avere una visione super partes per cogliere se ci sia un fondamento razionale nelle tradizioni, nella morale, oppure nella lingua stessa. Questo fondamento può anche non essere trovato, anzi: la maggior parte delle volte proprio non si trova. Ed è qua che la filosofia diventa anche scomoda: sollevando dubbi su quelle che sono le verità fondanti di una società, la fa traballare. La filosofia semina il dubbio tramite il ragionamento e l’argomentazione logica, fa notare come le credenze fondative siano frutto solo di un lungo processo storico e culturale, e, a volte, può anche proporre delle alternative valide.

Chiaramente il mettere in discussione costantemente la realtà circostante comporta il non avere punti di riferimento. Se per molti ciò può essere considerato come un brancolare nel buio, in realtà serve a considerare tutto ciò che viene detto come sia vero sia falso: ogni apparente verità può essere messa in discussione, ogni apparente falsità può essere ripresa in considerazione. E soprattutto, il filosofare spesso ci rende chiaro quanto quelle che consideravamo come verità incontrovertibili in realtà non erano che il frutto di secoli di narrazioni culturali, che non avevano nessun appoggio nella realtà.

L’utile inutilità della filosofia 

La filosofia è quindi così inutile? Forse no: per quanto non produca niente da un punto di vista materiale, è però in grado di renderci individui migliori e più consapevoli. Il dubbio è un’arma potentissima contro ogni forma di propaganda, oltre a essere essenziale anche nei rapporti interpersonali: essere sempre in grado di mettersi in discussione è fondamentale per aprirsi all’altro in maniera costruttiva, cercando di capire il suo punto di vista.

Coltivare lo spirito filosofico serve quindi a coltivare noi stessi come uomini: solo con la riflessione è possibile attualizzare la nostra vera natura e trovare noi stessi. Questo significa che ognuno di noi debba essere filosofo “di professione”? Assolutamente no: ognuno ha una propria indole, una cosa per cui è portato. Per scoprirla, tuttavia, è necessario adoperare un complesso processo di introspezione, che è una delle cose che ci propone di fare la filosofia. Per poter essere felici, è necessario sapere che cosa sia la felicità: sennò rischiamo di andare per farfalle, e confondere la felicità apparente con la vera felicità.

In fondo, però, è anche vero che pensare non nuoce all’anima: anzi, la arricchisce e le dà modo di fiorire. Quindi, perché non riportare nella nostra vita dei momenti di riflessione, per poter coltivare la nostra natura, quella propriamente umana, e sfruttare questo tempo per porsi domande sul mondo? Forse solo in questo modo potremo riscoprire una dimensione che abbiamo già ampiamente perso e che rischiamo di perdere definitivamente se non facciamo un piccolo sforzo di resistenza intellettuale: una dimensione che, probabilmente, è quella che più ci definisce in quanto esseri umani.

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